mercoledì 16 gennaio 2013

A Licata c''era una Volta il "CORALLO"...




Un lontano pomeriggio d'agosto a LICATA


C'era una volta il CORALLO...
Angelo Vecchio - Carmela Puccio - Elio Arnone

di Elio Arnone





         E’ un interminabile pomeriggio d’agosto di questa torrida estate. 
        Pigramente seduto con altri amici sto oziando in uno dei tanti bar del Centro.
         L’afa soffocante fiacca il fisico ed anche i pensieri.
Qualsiasi posto sembra andarmi stretto.
         Non mi va di scrivere oggi. 
         Anche se il Direttore mi ha sollecitato a preparare qualcosa.
        Mi sento senza idee e non mi alletta per nulla sedermi alla tastiera del computer. 
        Per scrivere cosa, poi?



         Meglio rimanere al bar, a parlare del più e del meno davanti ad una granita di limone da finire in fretta prima che si sciolga.          Si respira a fatica.  
         Per fortuna ogni tanto un delicato refolo di vento percorre le larghe strade movimentando l’aria stagnante.
         Scene frequenti nelle piccole città del sud nelle lunghe e polverose giornate di estati afose. 
         Mi tornano in mente le scene dei basilischi del film di Lina Wertmuller, quarant’anni dopo.

        Tra una chiacchiera e l’altra, improvvisamente, e non so come, mi arriva tra le mani il programma dell’Estate licatese stampato dall’Amministrazione comunale.
        Lo scorro senza grande interesse per averne già sentito parlare (e nemmeno troppo bene) per la povertà delle iniziative dovuta all'annosa carenza di fondi.
Rimango tuttavia colpito da una data: il 23 Agosto. 
        Leggo che quella sera presso il chiostro S. Francesco ci sarà un concerto intitolato “Frammenti di un discorso amoroso”. “Quinto canto”.



Penso immediatamente a Paolo e Francesca, gli amanti dannati uccisi da Gianciotto. 
La cosa in verità mi incuriosisce.
Lascio frettolosamente la compagnia e vado ad informarmi presso la Biblioteca comunale per saperne di più.
Lì, impiegate gentili, mi parlano di quel concerto. Mi dicono che lo eseguono un gruppo di cinque elementi di formazione classica jazzistica che eseguiranno canzoni italiane d’autore.
         Tra gli autori citano firme prestigiose come Paolo Conte e Battisti, Paoli e Benigni, Venditti e De Gregori, PFM ed Avion Travel e poi Vasco Rossi, Concato, Pino Daniele. 
         Mi spiegano che tutti i brani richiamano luoghi dell’amore come la dichiarazione, il disagio, l’incontro, l’attesa, la gelosia, la tenerezza ed altro. 
         E che ciascun brano è introdotto da brevi stralci di poesie d’amore. Tra i poeti: Hikmet, Pavese, Prevert, Salinas, Neruda ed altri.
         Questa impostazione mi piace subito perché mi ricorda un mio progetto (mai realizzato) di tanti anni fa, e che ancora ricordo con qualche nostalgia. E che forse è tuttora conservato in qualche cassetto. 
         Si intitolava “Poesie e canzoni contro la guerra”. 
 Tra le poesie che avevo scelto ce n’erano di Quasimodo, di Ungaretti, Brecht, Edgar Lee Masters e di molti altri ancora. 
         E poi le musiche dei Nomadi, Guccini, Lusini, di Bob Dylan e Barry MacGuire.
        Ho chiesto notizie sugli interpreti.
        Ho saputo che vengono da Palermo, sono giovani e ciascuno di loro ha già alle spalle un invidiabile curriculum.
 Mi sono fatto dire i nomi.
           Eleonora Militello –voce cantante e recitante, Larry Nash – sax tenore e flauto, Michele Cirincione – contrabbasso e basso elettrico, Fabrizio Pezzino – batteria e percussioni, e Celestino Roberto Bellavia – pianoforte.
        Sentendo quest’ultimo nome mi sono ricordato di un Celestino Bellavia da me conosciuto tanti anni fa. 
Ho chiesto se fosse un parente. “Sì, - mi hanno risposto- è il nipote”.
Ho fatto di colpo un salto nel passato, intorno agli anni settanta.
Licata - Recita al CineTeatro Corallo
         Ho rivisto il Cine Teatro Corallo con le pareti brillanti di vetrini colorati e luccicanti, il palcoscenico lungo e stretto, il tetto scorrevole che, sul far della sera, si apriva per rinfrescare l’aria. 
        Ho ricordato improvvisamente le giornate passate insieme a coetanei squattrinati a provare e riprovare battute, ad inventare gags preparando spettacoli che forse non avremmo mai fatto.
        Ci divertivamo con poco allora. Scherzavamo e ridevamo di niente in magazzini semi diroccati e poco illuminati.

Licata - Sul palco del "CORALLO"  Ninni La Marca, il Cane Cantante ed Elio Arnone
         Spesso era quello il nostro modo di passare il tempo mettendo a prova le nostre intelligenze, la nostra creatività. 
         Il tutto per due o tre ore di spettacolo da bruciare su quello stretto palcoscenico.
        Nella città si creava attesa attorno a queste attività, soprattutto per l’avvenimento più importante di quegli anni: l’appuntamento con il Trofeo canoro “Città di Licata”.
      Il grande ”Evento” era quello, quello l’appuntamento imperdibile con il pubblico.

Guglielmo La Marca ed il Maestro Celestino Bellavia
            L’organizzatore,
Guglielmo La Marca, ci lavorava a lungo, anche nelle pause di lavoro nella Biblioteca del paese, 
con tutto l'amore che si può avere per una propria creatura, e l'orgoglio di vederla crescere in bellezza, anno dopo anno.
         Come il Trofeo, che aveva ideato e che seguiva passo passo, affettuosamente, diventando per qualche tempo il papà di tutti: cantanti, musicisti e tecnici. 
         Ma se Guglielmo La Marca era l’anima organizzativa dei Trofei, Celestino Bellavia ne era l’anima musicale. 
         Anche per me, come per tutti, era una persona seria e competente, dall’aspetto un po’ burbero, che incuteva soggezione. 
        La differenza di età non mi consentiva troppa confidenza, ma avevo imparato ad apprezzarlo perché conoscevo la sua storia.
        Avevo saputo che veniva da Grotte, che ad otto anni già suonava il flicornino soprano.
       A diciotto aveva casualmente iniziato a suonare per la banda di Licata, e che da allora il suo rapporto con Licata era diventato inscindibile.
        Collaborò con il maestro Cataldo Curri ed ebbe l’idea di cantare in piazza il giorno del venerdì Santo.

Banda di Licata al tempo del Maestro Curri
         Molti ricordano ancora con nostalgia l’esibizione come soprano di una giovanissima Antonietta Peritore, della signora Civita Romano Peritore, del tenore Nino Dainotto e di una trentina di giovani coristi.
        Fin dalla nascita del Trofeo, il maestro Bellavia si occupò della preparazione dei cantanti, quasi sempre completamente digiuni di musica.
       Aveva molta pazienza, soprattutto con i piccoli della sezione “Zecchino d’oro” che lo seguivano disciplinatamente e con molta attenzione.

Premiazione
 Si riconoscono il Maestro Bellavia ed i presentatori Anna ed Elio Arnone
       Quanti ragazzi grazie a lui avevano imparato a suonare la chitarra, le tastiere, il pianoforte, la fisarmonica, la batteria, le tastiere e tutti gli altri strumenti a fiato!
       Gli “esami” si sostenevano al Cine Teatro Corallo, sempre molto generoso con i bravi, a volte impietoso con gli stonati ed i timidi, spesso traditi dall’emozione.
           Mi vengono in mente i più bravi. 
           Tra i comici ricordo un brillante Gaetano Bonaffino, tra i complessi i “I Principi”, i “Ragazzi del fiume”, i “Wanted”. 
           Tra i componenti mi piace ricordare l’indimenticato Enzo Cammarata ed i fratelli La Marca, Ninni e Nicola. 
         Tra i cantanti ricordo Ciro Sebastianelli, che dal Corallo arrivò fino a Sanremo, poi Nuccio Biondi e Tano Lo Presti.


        Tra i giovanissimi dello Zecchino una bambina, tanto graziosa quanto simpatica e versatile, Nicoletta Bona ed un bambino predestinato come Alessio Vitali che ha continuato con la musica, diventando un apprezzato chitarrista. 
E tanti altri bravissimi di cui ho dimenticato i nomi.
          E poi Luigi Giglia, il tecnico che metteva tutti in condizione di fare bella figura. 
          A tutti loro sono legati alcuni fra i miei ricordi di un periodo felice, pieno di progetti e speranze, evocati oggi con grande nostalgia. 
          Molti amici di allora ci hanno lasciato da tempo. 
          Vorrei che sapessero che nei cuori di quanti li hanno conosciuti, conservano ancora un posticino particolare pieno d’affetto e riconoscenza.

           E’ scesa la sera.
           La prima frescura mi riporta improvvisamente alla realtà, mi fa dimenticare i ricordi disordinati di un tempo irripetibile di passioni sincere, di divertimenti ingenui.
           Mi chiedo come passino il loro tempo i giovani d’oggi, sazi di tutto. 
           Hanno a loro disposizione la tecnologia più avanzata, discoteche, motorini, capi griffati, soldi.
           Ma sono felici?

Non so giudicare. 
Questo è un altro mondo.
Lontano...

Grazie per essere stati con me...

Elio Arnone

martedì 23 ottobre 2012

Elio Arnone:“Introdurre un quorum elettorale per dare peso al non voto”


Elio Arnone:
“Introdurre un quorum elettorale per dare peso al non voto”


Intervista su Licatanet a cura di Gaetano Cellura 

Ottobre 2012

E.Arnone V.Sindaco 1987
L’astensionismo è il tema del momento stando ai sondaggi e agli umori dei cittadini: alcuni stanchi, altri proprio nauseati di un certo modo di fare politica. Stanchi di vedere ancora nella prossima competizione elettorale i responsabili del declino economico della Sicilia. Un degno passato nella politica (è stato vicesindaco della città, consigliere provinciale e assessore nella giunta progressista di Ernesto Licata), l’amico Elio Arnone ha accettato questa conversazione con la redazione di Licata Net premettendo di esprimere le proprie opinioni da privato cittadino. Parlare è un diritto. Soprattutto quando si hanno, da privati cittadini, cose di grande interesse pubblico da proporre. Elio è anche autore di racconti e poesie e del brillante video racconto Aquile e Pipistrelli visibile su http://www.youtube.com/watch?v=4WxEqzm8zrw
Elio, potrebbe verificarsi un forte astensionismo alle Regionali. In una misura superiore al 50 per cento. Le elezioni sarebbero valide lo stesso, ma non credi che la democrazia ne uscirebbe mortificata?
Attendersi per le prossime elezioni un forte astensionismo è nelle cose, ed  i recenti scandali nella Regione Lazio ed in Lombardia hanno ancora di più ingrossato le fila di coloro che già avevano deciso di disertare le urne. Naturalmente non sono in grado di prevederne la percentuale. Posso però azzardare che il primo partito che verrà fuori dalle prossime elezioni sarà certamente quello del “non voto”. Su questa previsione inviterei a riflettere fin da ora.  Più alto risulterà essere e più dovremo interrogarci sull’offerta di programmi e candidati che in questi giorni viene proposta alla nostra valutazione. Fino ad oggi, anche se si recasse alle urne la metà più uno degli aventi diritto al voto, eleggeremmo comunque i novanta deputati per il nostro Parlamento regionale. La volontà espressa da quella metà più uno che non vota, magari perché disgustata da un’offerta politica scadente, non conterebbe assolutamente nulla.  Se è vero che in democrazia “ci si conta” non è del tutto fuori luogo parlare di una sua mortificazione.
Uno strumento di democrazia come il referendum presuppone, per essere valido, che sia superata la soglia di partecipazione del 50 per cento. Non sarebbe giusto che questa regola valesse anche per le elezioni?
Credo che questa possa essere una strada percorribile. Sono sempre stato contrario alquorum che la Costituzione prevede per i referendum, innanzitutto perché riguardano una legge specifica e perché esclusivamente abrogativi. Per me dovrebbero vincere i sì o i no indipendentemente dalle percentuali raggiunte poiché  ritengo che chi non si reca alle urne per esprimere la propria volontà in realtà deleghi chi ci va a scegliere anche per lui. In questo modo si vanificherebbero gli inviti poco seri di alcuni politici a disertare le urne “andando a mare” quando sono contrari ad abrogare leggi di loro gradimento. Per quanto riguarda le varie consultazioni elettorali mi farebbe invece piacere venisse introdotto un quorum, con percentuale da stabilire. Il mancato raggiungimento di tale quorum annullerebbe quella consultazione, obbligando la politica a cambiare tutti i candidati e a modificare i loro programmi. In questo si favorirebbe una  maggiore attenzione dei partiti nella formazione delle liste che da tempo con preoccupante disinvoltura non esitano a candidare inquisiti, condannati e voltagabbana privi di scrupoli.  Beh, questo è quello che penso. Poi non so se  sia meritevole di approfondimento, non essendo io un tecnico. Di certo, comunque c’è che  anche il voto di protesta – il “non voto”- avrebbe un proprio peso.
Concordi dunque con il fatto che l’astensionismo, tra le altre cose, e senza tuttavia volerne fare l’elogio, sia per gli elettori un modo di dire ai partiti e a chi li dirige: i candidati proposti non riscuotono la nostra stima, la nostra fiducia, e allora cambiateli, presentatene altri?
È esattamente questo il mio pensiero. Un rifiuto netto degli elettori ad una classe politica spesso impresentabile potrebbe accelerare i processi di ricambio generazionale che gran parte della nostra società ritiene non rinviabile.
Nonostante i partiti, caro Elio, facciano finta di non vedere e di non sentire, pensi si possa fare nella società una battaglia di idee per introdurre, anche nelle competizioni elettorali, lo stesso principio valido per il referendum? Oppure dobbiamo rassegnarci al fatto di essere governati, di fronte a una politica che non si rinnova, dalla volontà della “maggioranza di una minoranza”, quella cioè che partecipa al voto?
Penso che i partiti non possano continuare in eterno a fare finta di niente. Questa Italia dei vecchi dovrà decidersi a lasciare il passo ai tanti giovani che vogliono cambiare. Ed i partiti dovranno  farlo per primi se vogliono  riconquistare una  credibilità perduta ed esercitare  seriamente la loro funzione al servizio del Paese.   Suppongo che non sarà affatto semplice riaprire un dialogo con i cittadini dopo anni di sacrifici imposti da una politica gozzovigliante, e dopo un ventennio di scandali e di leggi vergognose, di intrallazzi e di illegalità diffuse. La realtà della Nazione è ben rappresentata dalle  cifre dell’evasione, della corruzione, delle attività in “nero”; dall’incredibile numero dei falsi ciechi, dei falsi invalidi, dalla presenza condizionante delle varie mafie sul territorio nazionale. Cifre che non hanno uguali in Europa. Speriamo che qualche buona notizia ci arrivi dal vicino test elettorale. Sarà ancora la Sicilia, come spesso è avvenuto nella storia d’Italia, ad essere laboratorio per nuove sperimentazioni. Non mi faccio soverchie illusioni per cambiamenti profondi. Credo però che dopo Drago, Provenzano, Cuffaro e Lombardo sia davvero difficile fare peggio.

Elio Arnone 1997 - Assessore giunta Ernesto Licata

sabato 14 maggio 2011

Il Viaggio


dí Elio Arnone


La vecchia littorina sferragliava pigramente tra gli alti eucalipti e le stoppie bruciate.
    Di tanto in tanto emetteva sibili laceranti che squarciavano 1'aria immobile e rarefatta di quell'afoso pomeriggio d'agosto. Affacciato al finestrino, Giulio guardava attento quella terra spaccata dai raggi impietosi del sole e che pareva invocare una pioggia ristoratrice.
    Il paesaggio era brullo e giallastro come allora, quando aveva percorso in senso inverso quell'itinerario arido per raggiungere, al nord, il suo primo lavoro.
Paesaggio estivo nel centro della Sicilia
    Ricordava ancora la littorina, stipata di bagagli improvvisati, e la folla di viaggiatori accaldati e vocianti che ad ogni sosta scendevano svelti per rinfrescarsi nelle fontanelle di tante piccole stazioni assolate.
    Aveva fatto bene a scegliere il treno per il suo ritorno dopo tanti anni di lontananza. 
    Pensava che fosse il mezzo migliore per tentare di rivivere emozioni lontane. 
     La littorina era quasi vuota. Con lui soltanto un paio di ferrovieri che rientravano dal servizio e quattro extracomunitari silenziosi e con gli occhi attenti ai loro scatoloni pieni di cianfrusaglie.
     Ne era passato di tempo da quel suo primo importante viaggio!
Verso il mitico NORD....
Aveva ventitré anni quando era partito da Licata lasciando soli gli anziani genitori.
Da allora non era più ritornato.
Talvolta lo turbava il pensiero che la sua partenza ne avesse in qualche modo causato la morte, e questo lo rattristava per intere giornate.
    Ricordava con nostalgia soprattutto il padre con il quale in gioventù aveva avuto durissimi battibecchi. 
     Gli rimproverava la lunga milizia nella Democrazia Cristiana - la balena bianca - e il servilismo umiliante nei confronti dei notabili agrigentini.
Antico manifesto 
      Lo accusava di essere solo un opportunista, un egoista privo di qualsiasi convincimento politico.
          Il padre gli rispondeva che forse aveva ragione. Però la sua condotta gli era valsa un posto di lavoro invidiato da tanti, e che era davvero molto in un paese di disoccupati. 
         E che comunque grazie a quel posto lui poteva permettersi di mantenerlo all'Università.
     Nonostante questi impietosi giudizi ed altri piccoli contrasti, Giulio non pensò mai che il padre fosse una cattiva persona.          
     Capiva che se lui continuava a sopportare tante umiliazioni  lo faceva per il suo bene, convinto com'era che quella fosse l'unica strada percorribile in quel paese senza avvenire. 
    In fondo quello era il suo modo per dimostrargli affetto.
    E quella strada che allora aveva imboccata per sistemare se stesso, continuava a percorrere oggi per suo figlio. 
   Ma, anche se il padre fosse riuscito nel suo intento, Giulio non avrebbe mai accettato l'umiliazione di quella soluzione.
      Furono proprio quelle continue discussioni a procurargli un forte senso di ribellione nei confronti del genitore. 
      Forse fu anche per questo che si iscrisse al partito comunista e diventò un'attivista convinto, sempre in prima fila in tutte le manifestazioni di piazza.
       Però più cresceva il suo impegno politico e più si andava deteriorando il rapporto con l'anziano genitore. 
       Al punto che Giulio si decise a dare un taglio a quella situazione.
       Partecipò a tutti i concorsi pubblici di cui veniva a conoscenza, abbandonando persino l'Università per prepararsi meglio. 
         Fino a quando riuscì a vincerne uno alle Poste.
      Quando lo chiamarono ne fu felice. 
      Salì di corsa sul primo treno, quasi timoroso di perdere quell'occasione, per andare a lavorare a Montemignaio, un paesino del Casentino sotto i monti del Pratomagno.
Montemignaio
Incastonato nel verde, quieto e tranquillo, pieno di castagni e faggeti. Dove le stagioni avevano una fisionomia precisa, ed ognuna una bellezza diversa. 
   Ruscelli freschi e gorgoglianti di acque limpide scorrevano tra le case dai tetti rossi. 
    Come diversa la Sicilia che si era appena lasciata alle spalle! 
    Un mondo ideale per iniziare una nuova vita.
    In poco tempo si formò una famiglia e riprese gli studi universitari riuscendo a laurearsi.
    Una nuova serenità e la tranquillità economica e familiare lo avevano piano piano allontanato dalla sua terra, fino a quasi dimenticarla del tutto. 
   Anche con i pochi amici di Licata si sentiva al telefono sempre più raramente, fino al silenzio totale.
   Per la verità gli era capitato di incontrare qualche compaesano quando il Licata, allora in serie B, giocava dalle sue parti. 
   Ma, dopo la partita, tutto era finito lì.
Tifosi del Licata
      Però i tanti successi e la simpatia di quegli impertinenti undici gialloblù lo avevano davvero entusiasmato. 
     Entusiasmo che aveva contagiato anche i suoi nuovi concittadini toscani che conoscevano le sue origini. 
      Al bar Rosario, dove la domenica pomeriggio si riunivano i tifosi per seguire le partite della Fiorentina, la squadra di Licata era argomento di animate discussioni e  Giulio vi partecipava da protagonista. 
      Ogni lunedì, nel suo Ufficio postale perfino i più anziani del paese non mancavano di chiedergli: "Oh icchè gli ha fatto il Lihata?"  Meravigliati e incuriositi da quella squadra tutta siciliana, fatta con pochi soldi ed un desiderio di riscatto percepibile ogni volta che scendevano in campo. 
     Anche tutta questa attenzione aveva contribuito a risvegliare in lui un orgoglio licatese sopito da tempo.
Mister Zeman
 Ma, come tutte le più belle favole, anche la favola bella dell'indimenticabile   squadra di Zeman, finì presto .
 E quell'esile filo che per un po' l'aveva spiritualmente riavvicinato alla sua terra, piano piano venne meno.
        Tutto tornò come prima e Licata abbandonò  nuovamente i ricordi di Giulio. 
     Fino a quando quell'esile filo improvvisamente si riannodò, ed anche con maggior vigore. 
     La cosa avvenne in modo casuale. 
     Navigando su internet aveva scoperto il sito "www.lavedettaonline.it", e vi si era soffermato incuriosito. 
     Fu meravigliato di trovarci tante notizie su Licata, tante fotografie, a colori ed in bianco e nero dei luoghi della sua gioventù, curiosità storiche, racconti, antiche stampe e nomi di persone conosciute che ricordava o di cui aveva sentito parlare.
     Da allora, la sera, quando poteva, si collegava per leggerne  le novità, soddisfare la sua curiosità e la voglia di giocare con la  memoria.
     Passava così alcune ore, ed ogni volta che spegneva il computer per andare a dormire, provava sempre più forte una grande  malinconia. 
     Sentiva crescere in lui sempre più forte il richiamo della sua terra. 
     Tanto che in testa gli era cominciata a frullare l'idea che forse sarebbe stato bello tornarci a vivere, magari una volta in pensione.
     Poco a poco una nostalgia sempre più viva e un desiderio sempre più irresistibile lo convinsero che era arrivato il tempo di partire, di provare a riannodare quel filo traumaticamente spezzato. 
     Ed ora era lì, affacciato al finestrino, a ripercorrere la sua storia su quel treno che, lento, andava verso il suo passato. 
     Il viaggio fu davvero interminabile ma anche ricco di vecchie emozioni.
     Riattraversare lo Stretto, ripetendo il rito delle arancine da mangiare sul ponte del ferry-boat,  mentre si avvicinava alla Sicilia, lo commosse non poco. 
    Ed anche attraversare con il treno l'interno dell'isola era davvero affascinante. 
    Per tutto il viaggio non tolse mai lo sguardo da quelle campagne dimenticate, da quelle terre crepate dai raggi di un sole impietoso. 
   Respirava quell'aria rarefatta come un assetato che finalmente può placare la sua sete. 
    Voleva vivere intensamente quella sua ricerca dei luoghi della memoria da tempo perduti.
     Giulio capì che era arrivato quando, in lontananza, gli apparve sulla collina la macchia verde dei vigneti dell'antica fattoria dei Quignones.
      La littorina si fermò stridendo nella stazione deserta.
Stazione di Licata  di G. Nogara

Il capotreno aprì le porte, fece scendere i pochi viaggiatori ed ordinò al macchinista di ripartire. Giulio restò un attimo fermo con la valigia a fianco. Non c'era nessuno.
Neanche un ferroviere. 
Le porte degli uffici e le finestre erano tutte desolatamente chiuse.
       Anche quella dell'ufficio del Capostazione, che lui ricordava uscire impettito con il suo bel berretto rosso in testa, il fischietto in bocca, e la paletta verde alzata per ordinare la partenza ai treni.  
        Che tristezza!
         Eppure nei suoi ricordi quel luogo era stato sempre pieno di vita, affollato di viaggiatori in attesa di treni che andavano al Nord... Allora, ad ogni arrivo, c'era la corsa frenetica per salire sui treni.
"Emigranti" del Pittore licatese Gino Leto.
        Il tempo della fermata era poco. 
        Occorreva fare presto. 
        Viaggiatori vocianti  si muovevano freneticamente con i bagagli in mano spingendosi l'un l'altro alla ricerca di un posto. 
         Quando finalmente le porte delle littorine si chiudevano, partivano lentamente, emettendo fischi che sembravano lamenti. 
         A Giulio tornarono in mente le lagrime di chi restava.      
 I familiari e gli amici più cari che, dal marciapiede della stazione sventolando fazzoletti bianchi, salutavano  fin quando il treno spariva dietro la curva.
     Ora la stazione gli appariva morta.
     Con il cellulare telefonò all'albergo "Al Faro", vicino al porto.
      Una macchina venne a prenderlo poco dopo. 
      Sbrigate le formalità, salì in camera sua, fece la doccia, si sdraiò sul letto e chiamò al telefono Enzo, un suo vecchio, caro compagno.
      Poco dopo si incontrarono. 
      Ebbero un attimo di esitazione per un reciproco e divertito controllo dei danni da invecchiamento causati dal tempo, poi si abbracciarono e decisero di cenare insieme.
      Si sedettero ad un tavolo del ristorante dell'albergo. 
      Un cameriere premuroso prese le ordinazioni. 
       Ne avevano di cose da raccontarsi dopo tanti anni di lontananza!
    Giulio chiese subito dei vecchi compagni di scuola.
   Apprese così che Giuseppe, Ninni ed Angelo purtroppo non c'erano più, tutti portati via giovanissimi da mali incurabili. 
   Dopo un'attimo di smarrimento, chiese degli altri.
   Seppe così che Lillo era preside nel Veneto e che lui invece era stato fortunato a rimanere a Licata, riuscendo anche a fare   una buona carriera. 
   Ed anche Piero, apprezzato funzionario della Soprintendenza si era sistemato ad Agrigento, mentre Giovanni, il dottore, era diventato un apprezzato dirigente dell'Asl di Agrigento. 
   Molti invece erano partiti, comunque distinguendosi nelle loro attività. Come Michele, preside a Vicenza, Francesco, docente all'Università, o Ida, apprezzata giornalista del telegiornale.
  Di altri non aveva più notizie.
  Enzo gli spiegò che non era cambiato molto dalla sua partenza e che ancora oggi la Città non sapeva offrire opportunità ai suoi giovani, costringendoli a cercarle fuori.
  Fortunatamente alcuni scappando da Licata erano riusciti a realizzare altrove le loro aspirazioni. 
   Però questa  fuga di intelligenze aveva reso il paese culturalmente sempre più povero, privandolo di una classe dirigente idonea a promuoverne qualsiasi possibile sviluppo.
   Enzo parlava volentieri. 
   Anche per lui quella era una buona occasione per scavare nella memoria ricordi che già riteneva sepolti dal tempo. 
Preparazione dell'ultima festa della matricola
    Sorrisero insieme ripensando alla festa della matricola del 1969, con i carri allegorici e lo spettacolo finale in un cinema Corallo gremito fino all'inverosimile.
    Quanto si erano divertiti vestiti con gli sgargianti costumi da ballerine noleggiati al Massimo di Palermo per l'occasione, con le gambe pelose e le barbe incolte, a ballare il can can più strampalato ed esilarante mai visto!
    E le giornate al Circolo goliardico, a spettegolare o leggere e chiosare i giornali. 
   E le lunghe estati a Mollarella. 
Baia di Mollarella a Licata
    Giocavano per ore a pallone sull'arenile rovente. 
    Poi, sudati, si tuffavano in quello specchio di mare limpido e rotondo. Poi pigramente si lasciavano asciugare al sole. 
    Distesi sulla sabbia dorata guardavano di sottecchi le ragazze in bikini passeggiare ancheggiando lungo la battigia.
    Alla sera, pigiati come sardine dentro la sgangherata cinquecento di turno, concludevano quelle giornate spensierate andando a sentire i cantanti e a ballare a Falconara o a Torre di Gaffe.
   La cena a base di pesce era stata ottima, così come la serata. Entrambi erano felici per quei tuffi nel passato. 
  Giulio però cominciava ad accusare la stanchezza del viaggio. 
   Ordinò due caffè e si scusò con Enzo, ringraziandolo per la bella serata e dicendogli che si sarebbero potuti vedere 1'indomani. 
   Enzo annuì e, aspettando il caffè, accennò alla politica locale. 
   Si doleva dell'indifferenza dei suoi concittadini. 
   Non avevano più fiducia nei politici, né nei partiti, di qualsiasi colore. 
    Rimproverava i pochi intellettuali impegnati che volontariamente si erano messi da parte abbandonando il paese nelle mani di amministratori improvvisati e privi di esperienza.
     Il cameriere portò i caffè. 
    Enzo e Giulio li bevvero velocemente e si salutarono
stringendosi la mano.
    Giulio dormì profondamente tutta la notte. 
    Alle nove del mattino Enzo lo svegliò.
Bar Azzurro


     Fecero colazione al Bar Azzurro, con granita di limone e brioches, come ai bei tempi, poi salirono in macchina. 
     La prima tappa fu il vecchio cimitero dei Cappuccini, dove Giulio sistemò dei fiori sulla tomba dei genitori. 


     Poi s'infilarono nel traffico urbano.


     Giulio si preoccupò subito per la guida disinvolta degli automobilisti e dei tanti giovani senza casco che zigzagavano con i motorini fra le macchine in movimento. 
      Enzo lo tranquillizzò dicendo che era abituato a quel caos.
La fila per la pensione....
     Passarono davanti alla posta di piazza Linares e Giulio notò un assembramento che lo incuriosì. 
     Erano persone in fila, sotto il sole cocente e che gli uffici non riuscivano a contenere. 
     C'erano gli anziani per riscuotere le pensioni ed i giovani l'indennità di disoccupazione. 
      Giulio ascoltava perplesso, mentre Enzo continuava a guidare e ad aggiornarlo su tutto. 
      Continuò con le sue spiegazioni denunciando un preoccupante aumento della microcriminalità, ed elencò minuziosamente una serie impressionante di scippi, furti nelle abitazioni, danneggiamenti e auto bruciate. 
      E perfino intimidazioni ad un parroco e ad un carabiniere.    Insomma, la città sembrava essere diventata invivibile secondo Enzo, che si chiedeva se le forze di polizia avessero davvero ancora il controllo del territorio.
     Certo, l'osservanza delle regole non era mai stata una virtù per molti dei loro concittadini, ed era cosa risaputa che il bisogno spingesse tanti ad arrangiarsi per non pagare i ticket sanitari o per ottenere sussidi, indennità o pensioni cui non avevano diritto.    Con la complicità interessata della politica che li "aiutava" nelle svariate illegalità per ottenere in cambio consenso elettorale.
    Ma ora si stava veramente esagerando. 
    Enzo gli confidò che se non fosse stato per alcuni affetti, anche lui sarebbe andato altrove a cercare un avvenire per i suoi figli. 
    Ma forse gli era mancato il coraggio.
    Giulio continuava ad ascoltare in silenzio.
    Girarono con la macchina tutto il territorio comunale, dalla Plaia a Torre di Gaffe, ed anche le periferie, polverose e prive di servizi. 
    Spesso piene di case mai rifinite e che forse mai sarebbero state abitate. 
    Costruite in fretta senza autorizzazioni con le rimesse ed i sacrifici di tanti emigrati.
Casa abusiva

Quante case nuove avevano visto! Migliaia, forse. 
E quasi tutte desolatamente vuote, senza vita. ..
     E quanto antiestetico ed inutile cemento deturpava l'intera costa ricca di cale e calette d'impareggiabile bellezza! 
      Vere meraviglia di una natura generosa, che non aveva certo lesinato bellezze a quella che sarebbe dovuta rimanere una costa incontaminata! 
      Giulio continuava ad osservare perplesso la campagna, una volta aperta all'aria ed al sole, e vedeva soltanto  smisurati tappeti di plastica trasparente.
Serre a Licata
No, non erano quelli i luoghi della sua gioventù.
Riflettè sul suo stile di vita così diverso da quello riscontrato nella sua Città natale. 
Capì che non ce l'avrebbe mai fatta a riambientarsi in quella città che non aveva saputo crescere e che forse mai ci sarebbe riuscita. 
     Attristato si rivolse ad Enzo, improvvisamente.
     Gli chiese di riaccompagnarlo in albergo. 
     Enzo capì. 
     Non apparve affatto meravigliato della sua richiesta.
     Davanti all'albergo fu particolarmente affettuoso con Giulio, forse presagendo che non l'avrebbe mai più rivisto. 
     Giulio salì in camera sua, preparò i bagagli e telefonò ad un taxi. 
     Questa volta avrebbe reciso definitivamente il cordone ombelicale con la sua terra. 
    La sua vita era ormai in quel paesino piccolo ed ordinato, immerso nel verde. 
     In quella piccola Svizzera in cui erano cresciuti i suoi figli, che lì avevano imparato a parlare e lì avevano studiato. Casentinesi tra i Casentinesi, lì avrebbero trovato il loro futuro. 
A Catania un aereo lo aspettava. 
Partiva.
Per non tornare più.



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Grazie per essere stati con me....
Elio Arnone